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Ultimo aggiornamento il 26/05/2019 alle ore 15:26

Attualità e Politica

13/05/2019 | 17:16

Processo “Gambling”, il Pm antimafia Musolino: “Business illegale gestito con rete commerciale sul territorio”

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ROMA - «Per occultare la raccolta illecita di giochi e scommesse, in apparenza venivano distribuiti sul territorio brand che facevano riferimento a concessioni italiane “.it”, ad esempio goalsbet.it e betraid.it. In realtà, questi erano solo degli schermi funzionali ad occultare la raccolta attraverso siti illegali .com». Lo ha detto il Procuratore antimafia Stefano Musolino nel corso della requisitoria durante il processo d’appello per “Gambling” – la mega operazione condotta nel 2015 dai magistrati di Reggio Calabria, che aveva portato all’arresto di 41 persone e al sequestro di beni per 2 miliardi di euro.

Musolino ha tracciato i contorni dell’organizzazione criminale, sottolineandone anche le modalità operative nel settore dei giochi. Secondo il Pm, il punto di partenza – almeno in certi ambienti – è rappresentato dall’appoggio della criminalità: «L’espansione commerciale, la capacità di distribuire un prodotto sul territorio ha un valore pari al prodotto stesso. Nessuno può farlo senza la necessaria autorevolezza». Nel mercato – ha sottolineato - si sono affermate diverse tipologie di raccolta, una “tradizionale” e una legata a Internet: «Nella modalità online, il gioco anonimo non è previsto, perché si sviluppa attraverso l’apertura di un conto gioco intestato a una determinata persona fisica, che viene puntualmente identificata. La normativa italiana vieta qualunque forma di intermediazione nella relazione tra il giocatore e il bookmaker: spesso accade però che le giocate avvengano al telefono o che presso i punti online si verifichi la “monetizzazione” in soldi cash del denaro presente nel conto virtuale, trascurando i profili di esercizio abusivo di attività finanziaria e di intermediazione. Sono cose che attualmente si fanno, su cui stiamo facendo indagini». Il meccanismo, spiega il Pm Antimafia, consiste nel convogliare le giocate su conti intestati allo stesso titolare dell’agenzia o del corner, entrando così «in concorrenza con la raccolta di giochi e scommesse su rete fisica».

Il business si sviluppa attraverso una rete commerciale, con un Master «spesso regionale» e rappresentanti commerciali del brand, remunerati con una catena provvigionale. Ripercorrendo le fasi delle indagini, Musolino ha poi sottolineato come tutti i dirigenti delle società di gioco sotto inchiesta hanno riconosciuto come la loro attività si svolgesse attraverso attività di intermediazione nella raccolta di giochi e scommesse. Ci si difende essenzialmente dalla sussistenza del metodo mafioso o dalla partecipazione all’associazione mafiosa, ha aggiunto il Pm, ma «mai o quasi mai» si discute sul fatto che effettivamente la raccolta di giochi e scommesse avvenisse attraverso intermediazione: «Molti poi si giustificano ritenendo che in realtà quell’attività fosse una motivata dalle sentenze della Corte di Giustizia Europea, che sono intervenute a sindacare la materia dell’attività di giochi e scommesse», ha concluso. Musolino, al termine della requisitoria, ha chiesto 29 condanne e un’assoluzione: in primo grado, il Gup Antonino Laganà aveva inflitto circa due secoli di carcere agli accusati e solo sei erano state le assoluzioni. 

Per l’accusa, tutte le condanne vanno riconfermate integralmente con l’eccezione di quella relativa a Antonietta Gatto, che era stata condannata a 4 anni e 8 mesi di reclusione. Tra gli imputati c’è anche Mario Gennaro, condannato dal Gup a quattro anni di carcere, il quale dopo essere stato arrestato ha deciso di collaborare con la giustizia. Anche per lui l’accusa ha chiesto la conferma della condanna inflitta in primo grado. Così come per Giovanni Ficara, ritenuto uno dei boss più influenti della zona sud, per Terenzio Minniti, Venerando Puntorieri e Cesare Oscar Ventura, tutti condannati dal gup a 12 anni di reclusione. 

NT/Agipro

 

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