Attualità e Politica
03/02/2021 | 15:02
03/02/2021 | 15:02
ROMA - Il Governo Conte è arrivato al capolinea e il settore giochi guarda con fiducia al futuro con Mario Draghi... anche perché, ricordando gli ultimi due anni e mezzo, fare peggio sembra davvero difficile. Espressione della maggioranza pentastellata, che non ha mai nascosto l'avversione nei confronti del settore, il primo Governo Conte nell'estate del 2018 nacque già sotto il segno della «lotta al gioco d'azzardo», un tema che figurava nel contratto siglato dai grillini con la Lega e che - come testimoniano i provvedimenti varati in tutta legislatura, proseguita poi con Pd, Leu e Italia Viva - hanno duramente colpito le aziende del gaming.
DECRETO DIGNITA’ - Una delle prime leggi approvate fu il Decreto Dignità, che prevedeva il divieto di pubblicità per le società di gioco e lo stop alle sponsorizzazioni per le scommesse, oltre alla previsione del riordino entro sei mesi (sic!) e all’aumento programmato e scaglionato del Preu per gli apparecchi. Un provvedimento che, a oltre due anni dalla sua applicazione, avrebbe mandato in fumo oltre 150 milioni di euro tra pubblicità e sponsorizzazioni sportive e duecento milioni di introiti erariali. Senza contare che l'obiettivo che intendeva raggiungere - il contrasto al gioco patologico - secondo l’Istituto Superiore di Sanità non è stato affatto centrato perché, secondo i ricercatori, l’80% dei consumatori non è spinto a giocare dalla pubblicità.
SALVASPORT E SCOMMESSE - L'accanimento nei confronti delle scommesse è continuato nei mesi successivi culminando con il Decreto Rilancio della primavera 2020, che prevedeva un contributo al fondo “salvasport” per 18 mesi ed era pari allo 0,50% della raccolta da scommesse su tutti gli eventi sportivi, anche virtuali, con l'obiettivo di ottenere un massimo di 40 milioni di euro nel 2020 e di 50 milioni di euro nel 2021. La legge fu approvata nel corso dei primi 100 giorni di chiusura dei punti gioco: primo e unico caso di imposta ritoccata verso l’alto ad una categoria colpita dal lockdown. Ancora più perfidamente, il primo versamento della tassa, lo scorso dicembre, è coinciso con la prolungata seconda chiusura delle sale decisa sempre dal Governo Conte per contrastare la diffusione del Covid.
IL GIOCO IN PANDEMIA - Inevitabilmente, lo scoppio della pandemia, nel marzo dello scorso anno, ha colpito duramente tutte le attività economiche. Alcune più di altre sono state penalizzate dalle scelte del Governo: è il caso delle sale giochi, scommesse e bingo. Chiuse durante il lockdown della scorsa primavera, insieme a tutte le attività economiche ritenute non essenziali, sono state tra le ultime a riaprire a giugno inoltrato. Non solo: la decisione è stata delegata alle singole Regioni che inevitabilmente hanno riaperto le sale a macchia di leopardo. Ad esempio, nel Lazio, il presidente Zingaretti ha aspettato fino a luglio. L'arrivo della seconda ondata, a ottobre, ha spinto il Governo a una nuova serrata che ha coinvolto anche le sale giochi e scommesse. Insieme a palestre, cinema e teatri, le sale giochi sono tra le poche attività tuttora chiuse, come previsto dall'ultimo dpcm che scadrà il 5 marzo.
LEGGI REGIONALI E RIORDINO - Sullo sfondo della legislatura, resta una normativa di settore estremamente frastagliata: i provvedimenti restrittivi delle regioni - mai impugnati né contestati dal Consiglio dei Ministri - spesso si sono sovrapposti alle leggi nazionali, decretando l'espulsione del gioco legale da interi territori e provocando una recrudescenza dell'illegalità. Che il settore necessiti - ormai da anni - di un riordino, è cosa nota: ma per il Governo Conte non è mai stata una priorità. Il gioco ha atteso circa un anno – fino ad aprile 2019 - per l'assegnazione della delega al sottosegretario Alessio Villarosa (M5s), mentre col Conte Bis – a partire da ottobre 2020 - la delega ai rapporti con l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è andata a Pier Paolo Baretta (Pd) che era intenzionato ad avviare il riordino, nel solco delle conclusioni della Conferenza Unificata del 2017. Baretta, anche nelle ultime settimane, stava lavorando al dossier giochi, con proposte e progetti per la ripresa del comparto post-pandemia. Il riordino della normativa era d’altronde necessario anche in vista della proroga delle concessioni giochi e delle nuove gare da mettere a bando, altro tema rimasto in stand-by. Il direttore generale dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Marcello Minenna, aveva suggerito al Parlamento una proroga di almeno 36 mesi per le concessioni in essere, per poter avere il tempo di «mettere in ordine il settore», ed evitare gravi danni per le casse dello Stato.
LE SFIDE DEL NUOVO GOVERNO – Concessioni, gare, assetti futuri: sono sicuramente queste le prime sfide da affrontare per il prossimo Governo, unita a un necessario riordino della normativa sui giochi che faccia chiarezza tra Stato ed enti locali. Ma, con la pandemia tuttora in corso e la gestione di una difficile campagna vaccinale, il primo obiettivo da raggiungere è sicuramente la riapertura - su tutto il territorio nazionale - delle aziende di giochi, che hanno subìto 8 mesi di paralisi totale pur potendo garantire, come avviene per altre attività economiche, la sicurezza di clienti e dipendenti. Il Governo Conte è arrivato al capolinea, lasciando dietro di sé un settore economico sull'orlo della crisi, una potenziale catastrofe occupazionale per migliaia di piccole e medie imprese e per 150mila lavoratori, oltre ad una perdita di 4 miliardi di euro di entrate per le casse dello Stato nel solo 2020.
MSC/Agipro
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