Attualità e Politica
05/05/2026 | 13:35
05/05/2026 | 13:35
ROMA - La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato di associazione a delinquere finalizzata alla gestione illegale di giochi e scommesse.
E’ dunque legittima l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Napoli, che aveva validato l’ordinanza con la quale il Giudice per le indagini preliminari ha applicato la misura cautelare della custodia in carcere “per i reati di associazione per delinquere finalizzata all’esercizio abusivo di attività di gioco e scommesse” e “esercizio di attività di gioco e scommesse in assenza di concessione” aggravate entrambe dalla connessione con attività criminali.
Il procedimento in esame ha origine da un'attività investigativa capillare e prolungata, condotta dai Carabinieri di Castello di Cisterna (NA). Al centro della contestazione l’appartenenza del soggetto condannato ad un’associazione legata al clan camorristico Licciardi di Napoli, attiva tra il 2023 e il 2024, “dedita alla gestione del gioco e alla raccolta di scommesse, attraverso la creazione di piattaforme online e agenzie distribuite sul territorio della provincia di Napoli”.
Le indagini hanno evidenziato una rete composta da piattaforme online registrate all’estero e agenzie diffuse sul territorio, un “canale parallelo ed alternativo rispetto a quello svolto attraverso i siti di scommesse titolari di concessione”. In particolare, l’indagato avrebbe svolto il ruolo di “collettore” delle somme destinate al clan. Un’ipotesi ritenuta solida anche dalla Cassazione, che richiama le intercettazioni dalle quali emerge “in modo piuttosto nitido il ruolo attribuito al ricorrente dagli inquirenti”.
Inoltre, come precisa la Suprema Corte, l’ordinanza del Tribunale del Riesame aveva già premesso che l’imputato fosse “figlio di uno storico affiliato del clan Licciardi, sicché la sua famiglia era già da tempo legata al gruppo di Secondigliano, avente un ruolo preminente nell’associazione dedita alle scommesse”. Al di là di tale legame, vengono prese in considerazione, in particolare, due diverse intercettazioni che mostrerebbero come le somme richieste non fossero crediti personali, bensì legati all’organizzazione criminale e “attinenti alla gestione dei siti di scommesse". I giudici evidenziano che si trattava di denaro “di spettanza del clan Licciardi” e che l’indagato era incaricato di reclamarlo per conto del gruppo.
La Suprema Corte sottolinea che, nella fase cautelare, non è necessaria una prova definitiva. È sufficiente “una probabilità qualificata di colpevolezza”. In questo caso, il ragionamento del Tribunale del Riesame è stato ritenuto logico e coerente, tale da “sottrarsi a qualsiasi censura in sede di legittimità”.
La Cassazione precisa anche che la Legge 401 del 1989, che si applica all’esercizio abusivo di giochi e scommesse, “non postula necessariamente la costituzione di una vera e propria associazione a delinquere. La disposizione richiamata sanziona una pluralità di condotte di ‘organizzazione’ non autorizzata di giochi, scommesse, concorsi pronostici di vario tipo, nonché l’abusiva organizzazione, esercizio e raccolta a distanza di qualsiasi gioco istituito o disciplinato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli”.
Il ricorso è stato quindi respinto, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
FRP/Agipro
Foto Credits: Wikimedia
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