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Ultimo aggiornamento il 04/03/2021 alle ore 20:40

Attualità e Politica

05/02/2021 | 11:32

Contrasto alla ludopatia, la psichiatra Viola (As.Tro): "Limiti imposti non funzionano, sì a formazione gestori e task force integrata a tutela dei giocatori"

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ROMA - Le restrizioni che impongono un divieto non funzionano nel contrasto alle dipendenze, compresa quella da gioco. Così la dottoressa Sarah Viola, medico psichiatra che da pochi giorni fa parte del Centro Studi As.Tro, nel parere nel quale illustra le linee guida per il contrasto alla ludopatia. «Non funziona tutto ciò che sterilmente riduce o impone», scrive la dottoressa facendo riferimento a misure come i limiti orari e distanze minime. Tali limiti «ottengono il risultato di aumentare il bisogno» dei soggetti dipendenti. Il primo passo verso una cura effettiva è il supporto e il rinforzo «dell'Io degli ammalati. Tutto ciò che aumenta la consapevolezza della propria condizione e il coraggio di uscirne», continua. Normalmente, però, «è molto più semplice proibire tout court, ma questo non raggiunge alcun risultato sperato, rende solo più ammalato chi è ammalato». I dispositivi di contrasto efficaci contro le dipendenza si poggiano su altre basi: nel caso di gioco, per esempio, diventa fondamentale la formazione del personale delle sale, «che sappia riconoscere i giocatori sani dai ludopatici e che possa dare un primo "soccorso", ovvero l'identificazione del problema». Ai gestori dei locali, inoltre, dovrebbe essere consegnato un regolamento sui comportamenti da assumere nei confronti dei giocatori compulsivi. Altri punti chiave sono la segnalazione dei giocatori problematici all'autorità sanitaria - che si occuperebbe di percorsi specifici per il recupero - e la creazione di un filo diretto tra gestori di sale e le famiglie, in modo da «costruire una rete attorno al paziente». Auspicabile anche un'educazione al gioco a partire dall'infanzia e infine la creazione di "task force" formate da sale giochi di ogni comune, provincia e regione con il compito di «primo intervento "sul campo"». Al centro di tutto andrà sempre messo il paziente, in modo che torni «ad avere un valore». Con questo approccio sarà lo stesso paziente «una risorsa centrale dell'intervento - conclude la dottoressa Viola nel parere pubblicato sul sito dell’associazione - Egli stesso potrà infatti diventare formatore, informatore, caregiver nelle sale» ed entrare a far parte delle "task force" di intervento. LL/Agipro

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