Attualità e Politica
15/06/2026 | 12:10
15/06/2026 | 12:10
ROMA - La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di oltre 125mila euro e dell'immobile utilizzato per presunte attività di gioco illegale, dichiarando inammissibili i ricorsi presentati da tre indagati contro le decisioni del Tribunale di Prato.
La Suprema Corte ha respinto tutti i motivi di ricorso presentati dagli imputati, confermando il provvedimento che aveva disposto il sequestro di 125.665 euro in contanti e dei locali di via Nicolò Copernico a Prato, sede dell'associazione che gestiva l'attività (Prestige Poker).
Secondo i giudici, gli elementi raccolti durante le indagini giustificano pienamente la misura cautelare. La sentenza ricostruisce come il denaro custodito nelle casseforti fosse ritenuto “frutto degli incassi in contanti delle giocate avvenute nelle sale” e, in particolare, costituito dalle somme “scambiate in fiches dai giocatori poi risultati perdenti”.
La Cassazione richiama inoltre gli accertamenti eseguiti dalla polizia giudiziaria, che aveva documentato il “pacifico svolgimento di giochi d’azzardo come blackjack e punto banco”, nonché partite di poker sportivo caratterizzate da modalità ritenute sospette. Tra queste, il meccanismo del cosiddetto “re-buy", cioè la possibilità di acquistare nuove fiches dopo aver perso quelle iniziali.
Fondamentali anche le immagini delle telecamere di sorveglianza. La sentenza ricorda infatti che dalle registrazioni era emerso che “più giocatori avevano scambiato del denaro contante con delle fiches” e che il denaro raccolto veniva successivamente custodito in una cassaforte. La Suprema Corte ha condiviso, inoltre, la conclusione dei giudici di merito secondo cui “l’acquisto di fiches al tavolo con pagamenti in contanti rappresentava una prassi ampiamente praticata e anche condivisa con gli amministratori”, tanto che le somme incassate finivano regolarmente nelle casseforti presenti nel locale. Respinta la tesi difensiva secondo cui i 125.665 euro sequestrati sarebbero derivati dalle attività lecite svolte nel circolo. La Cassazione osserva che la documentazione prodotta riguardava essenzialmente gli incassi del bar e non era sufficiente a spiegare la disponibilità di una somma così consistente.
Confermato anche il sequestro dell'intero immobile. I ricorrenti sostenevano che la struttura ospitasse numerose attività lecite, tra cui raccolta scommesse, internet point, servizi di assistenza fiscale e scuola di poker. Tuttavia, secondo la Cassazione, né le indagini né le memorie difensive avevano fornito elementi concreti in tal senso. Anzi, il Tribunale aveva rilevato che “le uniche attività in corso di svolgimento al momento delle operazioni da parte della polizia giudiziaria fossero quelle dei giochi illeciti” e che tale pratica fosse “tutt’altro che occasionale”, costituendo “uno dei principali servizi erogati alla clientela”.
Richiamando le valutazioni del Gip, la Cassazione sottolinea che si trattasse di “immobile espressamente costituito per diventare la sede di una bisca clandestina e, dunque, indispensabile, come tale, per l’attuazione delle condotte illecite per le quali si procede”.
Dichiarato infine inammissibile il motivo di ricorso relativo alla proprietà dell'immobile. La Cassazione ha osservato che la questione avrebbe potuto essere fatta valere dal proprietario del bene e non dagli indagati, rilevando quindi una carenza di interesse a proporre l'impugnazione.
I ricorsi sono stati dichiarati quindi inammissibili e i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3 mila euro ciascuno.
FRP/Agipro
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