Attualità e Politica
06/07/2026 | 14:30
06/07/2026 | 14:30
ROMA - “Non si comprende come i punti gioco previsti nella procedura di gara debbano "atterrare" sul territorio: come, in sostanza, la rete o le reti territoriali di questi punti di vendita debbano obbedire a un qualche criterio distributivo, tra le regioni e all'interno delle regioni, per aree territoriali, in modo da evitare eccessive concentrazioni in alcune aree e condizioni di assenza di servizio in altre”. Il Consiglio di Stato rispose così alla richiesta di parere del Mef sulla gara per 10mila punti scommesse. Sono trascorsi 7 anni e siamo ancora al punto di partenza. Non esisteva e non esiste neanche ora una disciplina unitaria sulle distanze (e sugli orari) e la confusione, anziché diradarsi, negli ultimi giorni è persino aumentata. Nella bozza di decreto legislativo di riordino, il Ministero dell’Economia aveva predisposto una regola che sembrava “praticabile”: 100 metri dai luoghi sensibili (scuole e centri di cura per le dipendenze) per i negozi certificati, 200 per gli altri.
La posizione del Governo - Tutto risolto, quindi? Non proprio. L’attesa per la risposta del governo (il testo è stato in visione al Dipartimento Affari Giuridici di Palazzo Chigi per diverse settimane) è stata bruscamente interrotta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che qualche giorno fa - attraverso Agipronews – ha lanciato un secchio di acqua gelata sulle ipotesi allo studio: “Non prendiamo neanche lontanamente in considerazione l’idea di far venire meno i vincoli di distanza geografica tra i luoghi di frequentazione giovanile e i punti dove si gioca legalmente d’azzardo”. Difficile dunque ipotizzare una revisione al ribasso delle distanze, come pianificata dal Mef. Il giorno dopo, in una sorta di recap sul tema dopo l’uscita di Mantovano, il quotidiano “La Repubblica” riportava l’ipotesi di una distanza “minima nazionale” tra i punti gioco e i luoghi sensibili, stavolta però molto più numerosi rispetto al piano del Mef: non solo scuole e Serd, ma anche ospedali, chiese, impianti sportivi, centri giovanili e strutture di assistenza per anziani.
Trovare un punto di equilibrio – in grado allo stesso tempo di garantire la sopravvivenza della rete, difendere le leggi regionali e tutelare i giocatori, consentendo infine l’assegnazione delle concessioni attraverso una gara – è stato sin qui impossibile, considerando che in giro per l’Italia sono in vigore restrizioni di ogni genere: si parte da 200 metri (nei paesini sotto i 5mila abitanti nelle Marche), si passa a 250-300 metri (Abruzzo, Basilicata, Calabria sotto i 5mila abitanti, Campania, Lazio, Liguria, Puglia, Trentino) e si finisce con gli oltranzisti dei 400-500 metri (Calabria, Emilia-Romagna, Friuli, Lombardia, Molise, Sardegna, Sicilia nelle città, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto). In alcuni casi c’è stata retroattività dell’efficacia delle misure, in altri no, in altri ancora si è scelto di aspettare la scadenza delle concessioni di slot e scommesse (ora fissata a fine 2026) per intervenire. Insomma, un caos. La media nazionale delle distanze tra le 20 regioni censite da Agipronews, in ogni caso, è pari a 364 metri.
Lo scenario dei prossimi mesi - Basterebbe una distanza nazionale simile per rendere praticabili le gare, consentendo l’atterraggio dei punti vendita (come scritto dal Consiglio di Stato) nei diversi territori regionali? Difficile, se non impossibile, soprattutto se le categorie di luoghi sensibili da tutelare dovessero aumentare. In quest’ultimo caso, sarebbe praticamente scontata una corposa cura dimagrante della rete, che avrebbe risvolti negativi sul gettito erariale e sul presidio della legalità nelle città. Senza contare i tanti posti di lavoro persi negli esercizi e nelle aziende di gestione, un aspetto decisivo per una maggioranza politica che ha nelle piccole e medie imprese una buona fetta del proprio elettorato. Partita finita dunque? “Non è finita finché non è finita”, dicono i tifosi allo stadio. E così, nelle ultime ore, filtra la possibilità di intervenire in extremis sul decreto legislativo di riordino, entro la scadenza della delega fiscale (fissata a fine agosto), approvarlo in Consiglio dei Ministri e pubblicarlo di corsa in Gazzetta Ufficiale. Dopo, solo dopo, si passerebbe alla fase di raccolta dei pareri della Conferenza Stato-regioni e delle commissioni parlamentari competenti. Tempo limite? 30 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, quindi fine settembre. La strada è però sbarrata: i dubbi attorno al decreto non sono più soltanto tecnici, ma – soprattutto – politici ed elettorali. Prende così forma un “Piano B” di fine legislatura, che prevede essenzialmente due cose: proroghe pluriennali – con l’obbligo di indire, prima o poi, gare per le concessioni, per evitare procedure di infrazione da parte dell’UE – e la palla rinviata al prossimo Governo post-elezioni. Un classico degli ultimi dieci anni.
NT/Agipro
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