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Ultimo aggiornamento il 18/02/2026 alle ore 20:32

Ippica & equitazione

18/02/2026 | 15:17

Ippodromi italiani, dalla folla degli anni ’90 alla sfida della sopravvivenza, tra chiusure e degrado

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Ippodromi italiani dalla folla degli anni ’90 alla sfida della sopravvivenza tra chiusure e degrado (1)

ROMA - C’era un momento preciso, nel pomeriggio, in cui il bar si fermava. Il caffè restava a metà, il giornale piegato sul banco, le voci si abbassavano. Era l’ora della Corsa Tris e delle corse ippiche trasmesse in diretta via radio. Erano gli anni Novanta. Trent’anni dopo, quel mondo non c’è più. Estinto. Un esempio? Nel confronto 1995-2008, il pubblico è crollato da 2,6 milioni di spettatori annui a meno di 160 mila. Nel 1990 c’erano 1.889 giornate di corse, per un totale di oltre 14.800 competizioni tra trotto e galoppo, oggi le giornate di corse sono 1.200. Negli anni ’90 l’ippica italiana era un fenomeno pop. C’era la Corsa Tris che era entrata nelle abitudini degli italiani: poche lire per divertirsi insieme. Le domeniche all’ippodromo erano un rito sociale, le tribune si riempivano e il sistema delle scommesse generava un indotto rilevante. L’epoca d’oro dell’ippica? Forse sì. Oggi il quadro è radicalmente cambiato, impietoso, quasi, sebbene il numero degli ippodromi formalmente attivi non racconti la dimensione di una crisi che non sembra trovare soluzione, anzi.

I numeri che raccontano il declino Nel 1990, come accennato, gli ippodromi attivi erano 36. Si disputarono 1.889 giornate di corse, per un totale di oltre 14.800 competizioni tra trotto e galoppo. Le presenze superarono i 2,6 milioni di spettatori annui. L’ippica era ancora un comparto centrale nell’economia del gioco pubblico. Oggi gli ippodromi classificati attivi sono 41 (25 trotto e 16 galoppo). Un dato che, letto superficialmente, potrebbe suggerire stabilità. Ma il volume di attività si è ridotto sensibilmente: circa 1.200 giornate annue di corse, con una contrazione significativa rispetto agli anni ’90.

Le tribune e il crollo di spettatori Le presenze si sono progressivamente assottigliate nel corso degli anni 2000, fino a ridursi a una frazione di quelle registrate trent’anni fa. Il crollo del pubblico – superiore al 90% in alcune rilevazioni tra la metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000 – ha svuotato l’ippodromo della sua dimensione popolare. Secondo uno studio universitario, ad esempio, il calo degli spettatori negli impianti ippici sarebbe stato del 94% tra il 1995 e il 2008, da 2,6 milioni a circa 157.000.

Dalla centralità al margine Il cambiamento non è solo quantitativo. È strutturale. Negli anni ’90 l’ippica era inserita stabilmente nei palinsesti televisivi, beneficiava di una rete di scommesse fisiche capillare e rappresentava un’opzione di intrattenimento diffusa. Con l’avvento delle scommesse online e la moltiplicazione dell’offerta di gioco, il prodotto “corsa in ippodromo” ha perso attrattività. Nel 2007 è stato chiuso il Totip, fratellino minore del Totocalcio per decenni e simbolo storico dell’ippica a livello di intrattenimento, a testimonianza del cambiamento radicale e della crisi del settore. Per non parlare della crisi della Corsa Tris, della quale parliamo a parte.

La tecnologia e la crisi Il passaggio dal banco in pista allo smartphone ha disintermediato il luogo fisico. Si può scommettere senza esserci. E così il pubblico ha smesso di andare.

Il modello Ippodromo Snai San Siro Alcuni ippodromi hanno cercato di reagire trasformandosi in spazi polifunzionali. L’Ippodromo Snai San Siro ha investito in eventi, concerti e valorizzazione architettonica, provando a intercettare un pubblico diverso rispetto a quello tradizionale delle corse, riuscendo a confezionare un piccolo miracolo: trasformare un ippodromo in un luogo nel quale socializzare a prescindere dalle corse ippiche, fino a organizzare un campionato europeo di salto ostacoli, con i ‘cugini’ degli sport equestri.

La crisi, tra degrado e chiusure Il caso simbolo resta l’Ippodromo di Tor di Valle, chiuso nel 2013 dopo essere stato uno dei principali impianti europei del trotto. La sua dismissione ha segnato un punto di non ritorno nella percezione pubblica della crisi ippica. Negli ultimi trent’anni diversi ippodromi hanno sospeso o cessato l’attività, altri operano con calendari ridotti e risorse limitate. La sopravvivenza è spesso legata ai contributi pubblici e alla classificazione ministeriale, più che a una reale autosufficienza economica.

Un sistema che si aggrappa al sostegno pubblico Il nodo centrale è economico. L’ippica italiana è fortemente dipendente dal finanziamento pubblico derivante dal gettito del gioco. La contrazione della raccolta sulle scommesse ippiche – da 1,7 miliardi nel 2010 a 650 milioni nel 2024 - ha inciso direttamente sulla sostenibilità del sistema: meno risorse, meno premi, meno attrattività internazionale. Negli anni ’90 il settore generava un volume di gioco tale da alimentare l’intera filiera. Oggi il peso delle scommesse ippiche nel mercato complessivo del betting è marginale rispetto a calciotennis o giochi online: appena lo 0,5%. La conseguenza è un circuito che fatica a rinnovarsi, a investire su comunicazione, infrastrutture e prodotto sportivo. E certo le istituzioni dalle quali dipende l’ippica non hanno brillato per iniziative di comunicazione realmente efficaci e progetti che possano realmente ricostruire un mondo che, come nel caso dell'Ippodromo romano Capannelle, fatica a restare in piedi.

 Il problema generazionale Un altro elemento critico è la mancanza di ricambio generazionale. Il pubblico storico è invecchiato. Le nuove generazioni non hanno sviluppato lo stesso legame culturale con l’ippodromo. L’esperienza non è stata reinterpretata in chiave contemporanea, se non in pochi casi isolati, come nell’esempio dell’Ippodromo Snai San Siro, che però può contare sulla ‘grande bellezza’ dell’impianto dal punto di vista architettonico e paesaggistico.

Quarantuno e non sentirli Il dato dei 41 ippodromi attivi nel 2025 rischia di essere fuorviante. Il punto non è quanti siano, ma quanto producano in termini di:pubblico reale, valore economico, qualità sportiva, attrattività internazionale. La concentrazione delle corse sugli impianti principali e la riduzione delle giornate complessive suggeriscono una progressiva selezione naturale del sistema.

Una domanda senza risposta Trent’anni dopo, la questione è chiara: l’ippica italiana vuole essere un comparto assistito o un prodotto competitivo? Negli anni ’90 era ancora uno spettacolo nazionale. Oggi è un settore che sopravvive, ma senza aver ancora trovato un modello di rilancio convincente. Le tribune vuote non sono solo un problema estetico. Sono il segnale di una distanza crescente tra sport, pubblico e mercato. E finché quella distanza non sarà colmata, nessuna classifica di impianti potrà invertire davvero la corsa al ribasso.

PF/Agipro

Foto credits:Wikimedia Commons 

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