Calcio
17/03/2026 | 14:30
17/03/2026 | 14:30
ROMA - Nei dibattiti sullo stato di salute del calcio italiano, ce n’è uno che torna con regolarità quasi rituale: “Non esistono più i grandi attaccanti italiani”. Un "refrain" ripetuto spesso, soprattutto quando si parla delle difficoltà della Nazionale azzurra - che rischia di non qualificarsi per i Mondiali per la terza edizione di fila - nel trovare un centravanti di riferimento. Eppure, guardando ai numeri della Serie A, Moise Kean (rilanciato dalla Fiorentina) capocannoniere era offerto a 6,00 su Planetwin365 alla vigilia del campionato, preceduto in lavagna solo da Lautaro Martinez.
La narrazione, insomma, appare molto meno scontata e dal 2000 a oggi, infatti, la classifica dei marcatori del campionato è stata vinta 15 volte da calciatori nati in Italia. Un dato che racconta una realtà diversa da quella spesso descritta nel dibattito pubblico: gli attaccanti italiani non sono scomparsi. Forse è meno facile "scovarli", ma non hanno smesso di segnare e incidere.
Nelle previsioni estive degli scommettitori per la classifica marcatori figuravano diversi nomi italiani, su tutti quelli del già citato Kean, Gianluca Scamacca e Lorenzo Lucca. Su quest'ultimo puntava addirittura puntava il 50% degli scommettitori, ma l'attaccante a Napoli non è riuscito a ripetere la stagione precedente con l'Udinese e si "è accasato" al Nottingham Forest. Lucca era offerto a 18 su Sisal, mentre Scamacca era visto a 15. Profili diversi per caratteristiche e percorso, ma accomunati dall’etichetta di possibili centravanti per la nazionale.
Per capire l'efficacia degli attaccanti made in Italy, basta scorrere l'almanacco. Negli anni Duemila hanno lasciato il segno bomber come Christian Vieri, Filippo Inzaghi e Luca Toni, quest’ultimo capace addirittura di vincere due volte la classifica cannonieri. Poi è stata la volta di Antonio Di Natale, dominatore per due stagioni consecutive, e di Ciro Immobile, diventato negli ultimi anni uno dei marcatori più prolifici nella storia del campionato. Senza dimenticare Fabio Quagliarella, capocannoniere a sorpresa nel 2019 a 36 anni, simbolo di una scuola realizzativa tutt’altro che estinta. E un certo Francesco Totti, Scarpa d'Oro la stagione successiva al terribile infortunio che rischiò di precludere la sua presenza alla cavalcata trionfale di Germania 2006.
L'ultimo in ordine di tempo è stato Mateo Retegui, scoperto da Roberto Mancini e valorizzato dal gioco di Gian Piero Gasperini: 32 gol in 65 partite di Serie A sono valsi all'attaccante di origini siculo-liguri un contratto principesco in Arabia Saudita. Il futuro, invece, si chiama Pio Esposito. Classe 2005, dopo una grande stagione a La Spezia in Serie B quest'anno è tornato all'Inter - il club che lo ha formato e lanciato - e ha bruciato le tappe, festeggiando esordio e gol sia in Champions League sia con la maglia della nazionale maggiore. Un predestinato.
I numeri complessivi portano quasi naturalmente a una domanda: il problema è davvero la mancanza di attaccanti italiani? Oppure il nodo sta altrove? Negli ultimi anni molti club hanno scelto di affidare il ruolo di centravanti a giocatori stranieri, spesso già affermati o acquistati a cifre importanti. Una scelta legata a logiche di mercato e risultati immediati, ma che inevitabilmente riduce lo spazio per i talenti cresciuti in Italia.
Eppure gli indizi di una possibile nuova generazione non mancano. La sensazione è che il talento offensivo italiano continui a emergere, ma che fatichi a trovare continuità e centralità nei grandi club. In un calcio sempre più globale, dove il mercato internazionale offre soluzioni immediate, puntare su un attaccante italiano richiede pazienza, fiducia e progettualità. In definitiva, la domanda da porsi non è se esistano ancora grandi attaccanti italiani. I numeri della Serie A suggeriscono di sì. La vera questione potrebbe essere un’altra: quanto il sistema calcistico italiano è disposto a credere davvero nei propri bomber?
RED/Agipro
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