Attualità e Politica
03/07/2019 | 11:21
03/07/2019 | 11:21
ROMA - La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo disposto a novembre 2018 nei confronti di Paolo Tavarelli, ex manager del bookmaker SKS365, dal Gip del Tribunale di Catania. È quanto si legge nel provvedimento della Corte pubblicato oggi, a due giorni da quello che invece ha disposto il rinvio al Tribunale di Reggio Calabria dell'accusa di associazione mafiosa, mossa anche in quel caso nei confronti di Tavarelli. L'ex dirigente era stato coinvolto nell’operazione "Galassia" contro le infiltrazioni mafiose nelle scommesse online: le indagini condotte dalle forze dell’ordine, otto mesi fa, avevano portato a decine di arresti e al sequestro di beni per circa 70 milioni di euro, in Italia e all’estero, oltre a un corposo numero di agenzie di scommesse e internet point. Nei confronti di Tavarelli era stata decisa una confisca «per equivalente sino alla concorrenza della somma di euro 39.537.619,35», ovvero il profitto del reato contestato «di truffa aggravata ai danni dello Stato, commessa negli anni 2014-2015». Una somma calcolata «in misura pari alla differenza tra l'imposta unica sulle scommesse non corrisposta e quanto versato per la regolarizzazione di parte delle agenzie della rete Planetwin 365 per complessivi euro 24.155.165,66 e di dichiarazione infedele per Ires evasa pari a 15.382.453,69 euro».
La Cassazione, sottolineando che il sequestro «non riguarda il reato associativo», e che «l'opzione per il patteggiamento implica la rinuncia dell'indagato a contestare l'accusa», conferma la legittimità dell'ordinanza. Decisive le dichiarazioni fornite dal collaboratore di giustizia Fabio Lanzafame, capo area Sicilia della rete Planet, che aveva rivelato l'esistenza di un'associazione a delinquere impegnata nella «gestione illecita di imprese operanti nel settore delle scommesse e del gioco legale» e che aveva raggiunto «enormi profitti illeciti per i gestori e gli agenti, e un'ingente evasione di imposte». Secondo il pentito, Tavarelli - come capo dell'associazione - aveva preso accordi per estendere la rete del marchio Planet in Sicilia, «avvalendosi dell'appoggio dei Piacenti, legati alla famiglia mafiosa Santapaola». Tale contesto «fa da sfondo alla truffa contestata, realizzata simulando la mera raccolta di dati trasmessi online all'operatore estero, mentre in realtà, la raccolta veniva effettuata in contanti sul territorio nazionale mediante appositi siti illegali in modo da sfuggire all'imposizione fiscale e da procurarsi un ingiusto profitto».
La posizione di vertice di Tavarelli era stata confermata dall'avvocato Angela Gemma, all'epoca capo dell'ufficio legale della società. In più, ribadisce la Cassazione, le intercettazioni effettuate «danno atto di giroconti, azzeramenti, incassi, rientri, movimentazioni in nero e necessità di pagare le vincite in contanti e non con assegni per evitare la tracciabilità», elementi che rendono fondata l'interpretazione su un «sistema illegale di gioco da banco svolto nelle agenzie della rete Planet». La ricostruzione del Tribunale di Catania fino a questo momento risulta corretta: «il Tribunale ha chiarito - continua la Cassazione - che le agenzie operavano in base a contratti, che prevedevano il servizio di mera raccolta e trasmissione di dati relativi a scommesse su eventi sportivi in favore del bookmaker straniero, così creando una mera apparenza, mentre in realtà l'attività aveva ad oggetto la raccolta di scommesse da banco con pagamento in contanti, regolata in via diretta ed in nero, totalmente ignota al fisco».
Nemmeno la regolarizzazione fiscale per i bookmaker esteri, a cui SKS365 aveva aderito nel 2015, è sufficiente per confutare le accuse mosse all'ex manager. Le agenzie sanate in Italia furono 1.001, «a fronte di un numero non inferiore a 1.745» e la Cassazione conferma che fu una scelta di Tavarelli «quella di regolarizzare solo un numero limitato di agenzie operanti sino al 30 settembre 2014 e di non far emergere il reale volume di affari, assoggettabile a tassazione». Dalle indagini e dalla documentazione ottenuta, il Tribunale aveva estrapolato «una contabilità ignota al fisco, attestante per il 2014 un totale del giocato pari a 870.861.474,61 euro, dal quale risultava, detratte le vincite pagate e le commissioni di rete, un utile netto di euro 55.938.202,53 considerato quale base imponibile per il calcolo dell'imposta». Un conteggio basato su dati provenienti dalla società «della cui genuinità non vi è ragione di dubitare». Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile. LL/Agipro
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