Attualità e Politica
29/01/2026 | 11:30
29/01/2026 | 11:30
ROMA - Una riflessione sul mondo del gioco pubblico, da vedere non come un fenomeno da giudicare, ma come un comparto industriale da governare attraverso un patto di responsabilità tra Stato e concessionari. Questo è solo degli spunti della lettera pubblicata da Emmanuele Cangianelli, presidente Egp-Fipe Confcommercio, su Fortune Italia.
“Per molti, parlare di gambling, di giochi “con denaro” significa partire da un giudizio. È lo stigma: un riflesso rapido, spesso emotivo, che riduce un fenomeno complesso a un’etichetta semplice. Nella pratica, però, questo riflesso può diventare una trappola: se lo stigma entra nella stanza dei decisori, orienta le scelte verso soluzioni “di facciata”, che danno un messaggio ma non migliorano davvero controllo, legalità e tutela. La fallacia dello stigma: confondere severità con tutela. Lo stigma produce una scorciatoia mentale: “Se è negativo, va ristretto”. È comprensibile. Ma non sempre è efficace. Nel nostro lavoro quotidiano, una parte importante dell’advocacy consiste nel portare i decisori su una domanda più utile: che cosa aumenta davvero la tutela? La tutela non è un’intenzione, è un risultato verificabile. È fatta di regole applicabili, controlli possibili, strumenti concreti di prevenzione, capacità di enforcement sul territorio”, spiega Cangianelli.
“Convincere un decisore di questa fallacia non significa “sminuire” i rischi. Significa, al contrario, prenderli molto sul serio. Significa affermare con chiarezza che l’obiettivo pubblico non è giudicare il fenomeno, ma contenerne i danni e ridurre gli spazi dell’illegale. Lo stigma, se diventa policy, rischia di fare l’opposto. Nel sistema concessorio, la differenza è sostanziale: lo Stato non si limita a dire “si può fare”, affida. Affida la gestione di un perimetro legale, con obblighi, standard, responsabilità e controlli. Per questo, nel settore dei giochi pubblici, la domanda corretta non è “quanto riduciamo?”, ma “quanto controlliamo?”.E qui il professionista di advocacy ha un ruolo cruciale: tradurre un concetto complesso in una scelta la politica pubblica. Se vuoi più tutela, devi avere più capacità di controllo; se vuoi più controllo, devi avere operatori in grado di sostenerlo nel tempo.
Il "Patto Stato-Concessionario", non è una solo una transazione economica, ma un’alleanza strategica dove l’impresa mette la propria efficienza al servizio di un obiettivo: la protezione dei soggetti fragili.
“C’è un equivoco frequente nel dibattito: trattare tutti gli operatori come se fossero uguali. Nel modello concessorio non è così. Non perché si voglia “favorire qualcuno”, ma perché la tutela costa: costa in tecnologia, compliance, controlli, aggiornamenti, cybersecurity, formazione, assistenza, manutenzione, governance. Quando si parla di innovazione si pensa subito (e troppo banalmente) al digitale online, o nei termini legislativi “a distanza”. Ma la grande leva di innovazione oggi è portare il digitale anche nel retail, dove la relazione con il consumatore è diretta e dove l’offerta legale può diventare un vero presidio di tutela. E qui lo stigma si ribalta: la risposta più credibile non è “raccontare” che il settore è responsabile, ma dimostrare che il perimetro legale dispone di strumenti più avanzati di controllo e protezione per i soggetti più deboli (i minori ed i consumatori compulsivi) rispetto a qualsiasi alternativa illegale o opaca”.
Tutela e protezione del mercato legale, punti chiave per il futuro del comparto. “Il lavoro di advocacy, in modo molto concreto, è far comprendere ai decisori che “più tutela” non si ottiene solo con nuovi divieti, ma con migliori incentivi: spingere il mercato legale a investire in controllo e protezione. È una logica industriale al servizio di un obiettivo pubblico. Ed in pochi ricordano che il nostro Paese ha adottato in questo approccio addirittura fin dall’età costituzionale, con il D.Lgs. 496 del 1948, arrivando poi, nei primi anni Duemila, ai sistemi di controllo telematico dell’offerta più estesi al mondo. In poche parole, chi lavora nell’advocacy dei giochi pubblici fa soprattutto una cosa: cambia le domande dei regolatori: da “come dimostro severità?” a “come aumento controllo e tutela?”, da “che segnale mando?” a “che risultato ottengo?”, da “quanto restringo?” a “quali standard alzo e come li faccio rispettare?”. Il Patto tra istituzioni ed aziende concessionarie richiede chiarezza, pazienza e responsabilità. Richiede anche una maturità che spesso manca nel dibattito pubblico: la capacità di accettare che il fenomeno esiste e che la soluzione non è negarlo, ma governarlo bene, conclude Cangianelli.
RED/Agipro
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