Attualità e Politica
11/07/2017 | 15:08
11/07/2017 | 15:08
ROMA - Ludopatia? Molti ne parlano, pochi la studiano, alcuni ne soffrono. La crescita in anni recenti del comparto giochi ha moltiplicato l'attenzione per i casi di gioco problematico e per il loro impatto sociale. La politica, più che focalizzare il problema dal versante scientifico, ha cercato di limitare il gioco “a valle”, prendendo per buone e talvolta diffondendo cifre in libertà sul fenomeno; dal canto suo, la comunità scientifica chiede con sempre maggiore convinzione di investire tempo e risorse sulla cura e sulla prevenzione, più che sui divieti.
Serve quindi un approccio rigoroso, che consenta innanzitutto di definire la materia. Al riguardo, il documento cardine è il cosiddetto DSM-5, ovvero la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, pubblicato nel 2013 a cura dell'American Psychiatric Association. In esso, per la prima volta il gioco patologico viene assimilato alla dipendenza, cosiddetta “senza sostanza”. Il cambiamento è capitale: se il giocatore problematico è da considerare dipendente, i suoi eccessi dovranno essere trattati come una patologia e contestualizzati in una quadro clinico più ampio. In questa ottica, i limiti imposti a livello di distanze e orari ben difficilmente potranno essere risolutivi.
Prevenzione al primo posto, quindi, ma quand'è che un giocatore può essere considerato a rischio? Una risposta arriva dal PGSI (Problem Gambling Severity Index), un indice validato a livello internazionale. Il soggetto intervistato deve rispondere a nove domande che misurano il suo coinvolgimento nel gioco d'azzardo nel corso degli ultimi dodici mesi e le eventuali conseguenze negative. Ad ogni risposta viene assegnato un punteggio e a seconda dello score finale il soggetto viene identificato come “giocatore non a rischio”, “a basso rischio”, “a rischio moderato” oppure “giocatore problematico”.
Il PGSI è stato utilizzato per uno studio presentato dal CNR di Pisa, tra le massima autorità italiane in materia di ludopatia, nell'ottobre del 2015. Sono stati esaminati 5292 questionari di persone tra i 15 e i 64 anni che avevano giocato almeno una volta in denaro nell'ultimo anno. L’83,2% dei partecipanti è stato classificato come giocatore non a rischio, l’11,2% a basso rischio, il 4,3% è risultato giocatore a rischio moderato, e l’1,3% giocatore problematico.
Le nove domande - Nove domande per misurare il proprio rapporto con il gioco: funziona così il Problem Gambling Severity Index, test di origine canadese, sottoposto a collaudo psicometrico e risultato di alta affidabilità. Queste le nove domande:
1) Hai scommesso più di quanto potresti davvero permetterti di perdere?
2) Pensando agli ultimi dodici mesi, hai avuto bisogno di scommettere con quantità di denaro maggiori per ottenere la stessa sensazione di eccitazione?
3) Quando hai giocato, sei tornato a giocare un giorno successivo per provare a riconquistare i soldi persi?
4) Hai preso in prestito soldi o venduto qualcosa per avere denaro da giocare?
5) Hai avvertito di poter avere un problema con il gioco?
6) Il gioco ti ha causato qualche problema di salute, inclusi stress or ansia?
7) La gente ha criticato il fatto che tu giochi, oppure ha detto che hai avuto problemi con il gioco, indipendentemente dal fatto che tu lo ritenessi vero?
8) La tua attività di gioco ha causato problemi finanziari a te o alla tua famiglia?
9) Ti sei sentito colpevole per il modo in cui giochi o per ciò che accade quando giochi?
Ad ogni domanda si può rispondere in quattro modi: “mai” (zero punti), “qualche volta” (1), “la maggior parte delle volte” (2), “quasi sempre” (3). Chi totalizza 0 punti viene considerato giocatore non a rischio; fino a 2 punti, giocatore a basso rischio; da 3 a 7 punti, giocatore a rischio moderato; da 8 a 27 punti, giocatore problematico.
MF/Agipro
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