Attualità e Politica
16/02/2026 | 11:44
16/02/2026 | 11:44
ROMA - La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 2 mesi di reclusione e al pagamento di 3mila euro di multa, per il titolare di centro scommesse che ha fornito false informazioni nella domanda di autorizzazione per il rilascio della licenza. Il caso è iniziato presso il Tribunale di Campobasso, che nel novembre 2022 aveva assolto l’imputato, ritenendo che la dichiarazione falsa fosse resa in un modulo prestampato e, pertanto, penalmente irrilevante. Secondo il tribunale, il rilascio dell’autorizzazione era comunque subordinato al “casellario giudiziale, e la mendace dichiarazione non produceva effetti concreti sulla procedura”. Tuttavia, il Procuratore Generale ha presentato ricorso contro questa decisione presso la Corte d’Appello di Campobasso, la quale ha ribaltato la decisione, affermando che la dichiarazione era comunque penalmente rilevante ai sensi dell’articolo 483 del codice penale, che punisce le false dichiarazioni commesse dai privati in atti pubblici. La corte ha sottolineato che il modulo era chiaro e dettagliato e che l’imputato, già noto per precedenti specifici in materia di gioco e per violazioni del TULPS, non poteva ignorare di avere condanne pregresse. Per questo motivo, l’imputato è stato dichiarato colpevole e condannato a due mesi di reclusione.
In Cassazione l’imputato ha contestato la sentenza, sostenendo che il falso fosse “innocuo”, che avrebbe dovuto essere applicata la causa di esclusione della punibilità e che la pena detentiva potesse essere sostituita da una sanzione pecuniaria ai sensi dell’ex art. 131-bis del codice penale (che si applica ai reati puniti con pena detentiva non superiore, nel massimo, a 5 anni quando l'offesa è lieve e il comportamento non è abituale, costituendo una causa di esclusione della punibilità, pur confermando la responsabilità). La Suprema Corte, però, ha respinto tutte le contestazioni, confermando la decisione della Corte d’Appello.
I giudici della Corte di Cassazione hanno ricordato che “la rilevanza penale del falso” non dipende dalla possibilità di verificarne successivamente la veridicità, bensì dalla “funzione documentale dell’atto e dall’affidabilità che esso deve garantire alla pubblica amministrazione”. La Cassazione ha inoltre sottolineato che l’imputato, professionista del settore e già condannato per reati analoghi, non poteva ignorare le proprie condanne pregresse. Pertanto, la Corte ha rigettato il ricorso, ribadendo il principio secondo cui fornire false informazioni in una domanda di autorizzazione amministrativa costituisce reato, anche se il falso può sembrare “innocuo” in quanto verificabile successivamente.
FRP/Agipro
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